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Un racconto personale sul Tantra, tra ritualità, desiderio e libertà dal possesso, per riscoprire il piacere come spazio di presenza.
Sono un'artista, prima di essere una operatrice di luce, prima di essere una praticante tantrica. Per ora, vi dirò solo questo. Mi firmo con l’archetipo che incarno: Iside. Archetipo, non stereotipo. Di questo parleremo più avanti.
Oggi scelgo di non nascondermi, ma di procedere per strati. Credo che la fiducia non debba essere pretesa, ma costruita. E credo anche che chi legge meriti tempo, verità e presenza. Un pezzo alla volta vi racconterò come il tantrismo ha trovato me. Non il contrario.
Oggi vorrei partire da qui: da cosa siano realmente il tantrismo e il Tantra, al di là delle semplificazioni, delle mode e delle versioni "addomesticate" che circolano soprattutto in Occidente.
Il tantrismo nasce come percorso rituale, non come metodo di benessere, né come tecnica per migliorare la sessualità. È un insieme complesso di tradizioni in cui corpo, energia e coscienza sono inseparabili.
Da un punto di vista antropologico, il rito non serve a "sentirsi meglio". Serve a trasformare lo stato di coscienza. E ogni rito autentico è esigente: richiede presenza, responsabilità, maturità psichica. Nel tantrismo tradizionale, l'eros non è mai consumo. È una forza potente e ambivalente che amplifica ciò che c'è già. Per questo non è mai stato considerato uno spazio innocuo o ricreativo.
Uno dei grandi malintesi riguarda l'idea di intimità. Il Tantra non cerca la fusione romantica, né la simbiosi emotiva. Non cerca di "unire" due persone per colmare una mancanza. Il rito erotico, quando è tale, chiede verità. Chiede di restare presenti nel desiderio senza usarlo per controllare, rassicurarsi, possedere. L'altro non è un mezzo. È uno specchio.
Qui tocchiamo un punto centrale, spesso taciuto. Per praticare il Tantra — non per parlarne, ma per praticarlo davvero — è necessario attraversare la gelosia, l'attaccamento, la paura dell'abbandono, il bisogno di possesso.
Non perché siano "sbagliati", ma perché sono mappature neurologiche ed emotive che appartengono alla nostra storia personale e culturale. Se non vengono riconosciute, queste strutture non scompaiono: si infiltrano nel rito e lo deformano. L'eros, invece di liberare, amplifica la dipendenza.
In Occidente — e in Italia in particolare — si parla spesso di "Tantra bianco". Questa distinzione non appartiene alle tradizioni originali. È una costruzione moderna, nata dal bisogno di rendere il Tantra più accettabile, meno destabilizzante.
Il Tantra bianco separa ciò che il tantrismo tiene unito: corpo, energia, ombra. Evita il conflitto, addolcisce il rito, rassicura. Non lo demonizzo, ma è importante dirlo: non è tantrismo tradizionale, è un adattamento culturale.
C'è anche un altro nodo, più scomodo, che va nominato chiaramente. In Italia, tutto ciò che coinvolge corpo, energia e intimità viene spesso confuso con l'erotismo commerciale. Il malinteso ha conseguenze reali: molti professionisti seri sono ancora oggi scambiati per figure legate al sesso a pagamento.
Nel Tantra, il corpo non è mai sinonimo di disponibilità. È confine, ascolto, presenza. Dirlo non è moralismo. È responsabilità culturale.
Oggi il Tantra può essere vissuto senza scimmiottare riti antichi, ma solo se si recupera una cosa essenziale: la presenza nel corpo. Anche gli strumenti dedicati al piacere, se inseriti in uno spazio di lentezza e attenzione, possono diventare supporti per l'ascolto. Non per aggiungere stimolazione, ma per interrompere l'automatismo e affinare la percezione.
Il piacere, nel Tantra, non è il fine. È il linguaggio attraverso cui il corpo diventa cosciente.
Se questo primo frammento vi ha parlato, la storia continuerà. In un altro articolo, un altro strato.
Firmato, Iside